Comitato Gemellaggio Ivrea/Qaladiza e di solidarietà con il popolo kurdo
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In memoria del massacro di Halabja e della distruzione di Qaladiza
Per un Iraq libero, democratico e federale senza guerra e senza Saddam Hussein

Marzo 1988. Il giorno 16 l'aviazione irachena sorvolò la città kurda di Halabja con il suo carico di morte. Tre giorni durarono i bombardamenti che spargevano nell'aria il cocktail di gas letali. Made in URSS l'involucro delle bombe, made in Germany e made in France i componenti chimici di garantita efficacia. Non meno di 5.000 i morti dai corpi bruciati e corrosi, irriconoscibili, quasi tutti di donne e bambini. Per i sopravvissuti ferite nel corpo e nell’anima che non si rimargineranno mai.

I rifugiati kurdi che, in Italia, bussavano alle porte dei partiti di sinistra per avere solidarietà, ricevevano, tranne eccezioni, risposte imbarazzate: Saddam Hussein era buon amico e cliente di entrambi gli schieramenti. Quindi realpolitk innanzitutto e poi ... business is business.

All'ONU, l'Assemblea appositamente riunita dichiarava il massacro di Halabja "affare interno dell'Iraq", come la campagna al Anfal ( più di 100.000 morti e 182.000 desaparecidos).

Pochi mesi dopo finiva la guerra Iraq/Iran scatenata da Saddam Hussein nel 1980, lasciando sui campi di battaglia due milioni di morti più o meno equamente ripartiti.

Marzo 1989. L'esercito iracheno dava inizio alla distruzione di Qaladiza (gemellata 
dal 1992 con la città di Ivrea). Ci vollero quindici giorni di intenso lavoro per radere al suolo la città casa per casa con la dinamite e deportare i suoi 25.000 abitanti. Con Qaladiza caddero più di 4.000 centri abitati kurdi.

Nell'agosto del 1990 l'Iraq invadeva il Kuwait e nel gennaio del 1991 gli Alleati davano inizio alla seconda guerra del Golfo: 400.000 i morti.

Marzo 1991. Scoppiava la rivolta degli sciiti e dei kurdi schiacciata nel sangue dal regime iracheno sotto gli occhi indifferenti degli Alleati. Solo la pressione di un'opinione pubblica internazionale, indignata di fronte alle immagini sconvolgenti dell'esodo di due milioni di kurdi sulle montagne ai confini con la Turchia e l'Iran, costrinse l'ONU a non considerare il nuovo genocidio affare interno dell'Iraq e a proteggere kurdi e sciiti con la risoluzione n. 688.

Ma i macellai di Baghdad furono lasciati, immuni, al potere, consolidato con il terrore, la corruzione e i proventi del contrabbando massiccio del petrolio. La richiesta delle autorità kurde perchè venissero  processati per crimini contro l'umanità cadde nel vuoto.

Nel maggio del 1992, sotto il controllo di osservatori internazionali, si svolsero libere elezioni nella neonata Regione Autonoma del Kurdistan iracheno e il 4 giugno venne inaugurato il primo parlamento kurdo.

Dal 1991 la protezione dell'ONU viene rinnovata di sei mesi in sei mesi e, ogni sei mesi, rappresentanti dei governi di Iraq, Iran Siria e Turchia, si riuniscono per cercare di neutralizzare la prima esperienza di autogoverno democratico kurdo.

Risale al 1991 anche la nascita del Saddambushismo, ovvero la trappola in cui sono progressivamente caduti associazioni, partiti, movimenti insospettabili: i carnefici si sono trasformati in vittime, malgrado siano continuati l'assassinio degli oppositori, la pulizia etnica e l'arabizzazione forzata della regione petrolifera di Kirkuk, il cinismo crudele nell'uso della vita e della morte della popolazione irachena, malgrado l'inadempienza di tutte le risoluzioni dell'ONU.
 Nelle visite a Baghdad, nelle campagne di solidarietà con la popolazione irachena colpita dall'embargo, nell'accoglienza di ministri ed esponenti del regime, nessuno ha mai chiesto conto di nulla, nemmeno del mancato rispetto dei diritti umani, come se i colpevoli della tragedia irachena fossero solo gli Stati Uniti. Così oggi Bush può ergersi a paladino del diritto alla libertà e alla democrazia del popolo iracheno, che vive nel terrore, che non riesce a disfarsi del regime di Saddam Hussein, e che non ha mai avuto il conforto di una voce forte e ferma che nel democratico Occidente ne condannasse i crimini.

Marzo 2003. Alla vigilia di una nuova tragedia, la guerra decisa dall'iperpotenza americana potrebbe ancora essere fermata? Forse sì:

- SE gli Stati che non vogliono la guerra (Francia, Germania, Russia, Cina e tutti gli altri), ma vogliono Saddam Hussein al suo posto,
- SE il Papa e tutti quelli che hanno stretto la mano di Tarek Aziz,
- SE i pellegrini diretti a Baghdad e ricevuti con tutti gli onori dal regime,
- SE il movimento per la pace che manifesta per le strade il giusto no alla guerra,

facessero chi un passo
avanti, chi un passo indietro e, per il bene del popolo iracheno, chiedessero con forza al dittatore iracheno e al suo clan di uscire di scena, togliendo così a Bush il pretesto dell'attacco militare.
Forse Saddam Hussein non se ne andrebbe lo stesso, ma chi lo chiedesse non porterebbe su di sé l'onta del silenzio e le donne, i bambini, gli uomini dell'Iraq e del Kurdistan gliene sarebbero comunque grati.

Graziella Bronzini

Ivrea, 9 marzo 2003


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